top of page
selegas.jpg
Selegas

Selegas è un piccolo paese della Sardegna, nella regione storica denominata Trexenta, adagiato su fertili colline e verdi pianure. L'abitato segue il profilo delle dolci colline e si divide in una parte alta (bixinau de susu) e una parte bassa (bixinau de baxiu).
Il centro storico è caratterizzato da grandi case, dotate di spaziose corti in cui sono ancora presenti ambienti legati alla vita agropastorale come: la stanza del pane, con annesso forno a legna; la cantina, in cui si produce e si conserva il vino; la stalla, dove venivano ricoverati gli animali (i buoi, i cavalli, le pecore, i maiali e le galline). L'economia, come nel resto della Sardegna, è fondamentalmente legata all'agricoltura e alla pastorizia.
L’economia si riflette anche nei culti e nelle tradizioni. Nel paese sono molto vive e sentite le feste di Sant’Antonio Abate, protettore degli allevatori, e di Sant’Isidoro, patrono degli agricoltori, celebrati con falò e processioni di animali, trattori e persone che, oltre alla preghiera, compiono gesti rituali quali il lancio del grano, a simboleggiare la semina e l’azione è di buon auspicio per il raccolto.
Il museo parrocchiale, prezioso scrigno di tesori, è una fonte inestimabile di storia e di devozione del paese. La statua di San Rocco, protettore degli appestati, ricorda un periodo storico in cui la Sardegna e non solo era afflitta dalla peste. La statua del protomartire Stefano è l’unica testimonianza del culto del Santo poiché ormai sono presenti solo i ruderi dell'edificio religioso ai margini dell'abitato moderno. La bellissima statua dell'Immacolata chiamata Sa Succursa Manna, la grande soccorritrice, invocata dai seleghesi per chiedere protezione e aiuto. La piccola statua di Santa Zita, protettrice delle domestiche, ricorda un passato (anche piuttosto recente) in cui le ragazze del paese lavoravano come donne di servizio presso i grandi e ricchi latifondisti.
A poca distanza dal museo, si erge maestosa la chiesa parrocchiale intitolata ai Santi Anna e Gioacchino. L’edificio, di forma rettangolare, risale al XVI secolo, presenta un’unica navata voltata a botte fiancheggiata da quattro capelle per lato.
Due leggende si raccontano su questa chiesa. La prima è legata alla sua costruzione e narra di una donna a cui, mentre si trovava in campagna a fare legna, apparve una signora la quale le raccomandò di sollecitare il parroco locale affinché si erigesse una chiesa in regione "Pranu su Prunu Sceddaxiu" in onore della Santa.
La seconda leggenda popolare riguarda il bellissimo altare marmoeo policromo. La tradizione racconta che i buoi che trasportavano il carico di marmo destinato alla chiesa dei Martiri di Fonni, si siano fermati a Selegas, dinnanzi alla chiesa, e nonostante le insistenze dei conduttori del carro si
rifiutarono di partire, costringendo quindi gli abitanti a scaricare il pesante carico e collocarlo nell’altare della loro chiesa parrocchiale. Selegas era un centro agricolo importante anche in età romana. Nell’agro dell’abitato, in località Bangius sono presenti alcuni lacerti murari riconducibili ad un impianto termale di una villa romana. Queste grandi villae padronali di età romana venivano utilizzate dai latifondisti per controllare le loro terre, i lavoratori agricoli o gli schiavi. Intorno al VI secolo, durante la riconquista bizantina dell’isola, alcune parti dell’antico impianto termale vennero riutilizzate per l’edificazione di una piccola chiesa, ad unica navata con l’ingresso orientato a ovest, dedicata a Nostra Signora d’Itria. Il termine d’Itria è la contrazione della parola "Odigitria" che significa “colei che mostra la via”, la Vergine è quindi una Madonna del Buon Cammino, e le chiese ad essa intitolate venivano erette nei pressi dei crocevia ad indicare la giusta via ai viandanti. Questo piccolo edificio era edificato lungo l’antica via Carales-Olbiam, che conduceva appunto da Cagliari a Olbia passando per l’interno dell’isola e sfiorava l’antico villaggio medievale scomparso di Arcu o Arcusila e la chiesetta dalla Vergine. A breve distanza dai ruderi della chiesetta di Nostra Signora D’Itria, in località Turriga nel 1935 un agricoltore rivenne fortuitamente, all’interno di un cerchio di pietre, la più grande Dea Madre della Sardegna. La statuina della Dea Madre Turriga è databile tra il 4000 e il 3400 a.C.. Le sue dimensioni considerevoli (cm 44), e il materiale, il marmo bianco (probabilmente di provenienza cicladica) con cui venne realizzata dalle genti neolitiche ne fanno uno dei capolavori dell’arte preistorica dell’intera Isola. Gli archeologi ritengono che la statuina rappresenti una divinità atavica, genitrice e nutrice, dal potere di donare la vita agli esseri umani, agli animali, alla terra, alle piante.
L’età che ci restituisce il maggior numero di siti archeologici è quella nuragica. Sono 23 i nuraghi presenti nel territorio, secondo un modello che trova ampio riscontro nel resto dell'isola, occupano per lo più le alture a controllo delle aree più fertili. Nella maggior parte dei casi si tratta di nuraghi di tipo monotorre. Tra i nuraghi complessi vi è il Nuritzi, forse il più grande del territorio, oggetto in anni recenti di una serie di campagne di scavo.
Il nuraghe è situato su una collina a 468 m s.l.m. da cui si domina la vallata di Selegas e gran parte della Trexenta. La posizione del nuraghe, su un’altura e in contatto visivo con altri insediamenti della Trexenta è particolarmente strategica e funzionale nell’ottica del controllo del territorio e delle sue risorse.
L’edificio è costituito da una torre principale, con una sorta di rifascio, e da una seconda torre a Nord Ovest, collegata alla prima da una cortina muraria, ha un’altezza residua di circa 7 metri.
Intorno all’VIII secolo a.C. il complesso fu abbattuto e il vano e la cortina muraria esterna chiusi da un lastricato. Inoltre la presenza di evidenti tracce di combustione, confermerebbero l'ipotesi di una definitiva distruzione ed il suo conseguente abbandono. Intorno al nuraghe, oltre ai resti delle capanne circolari del villaggio nuragico, vi sono cospicui resti di vani di forma rettangolare, forse pertinenti al riutilizzo di età punica e romana dell’area. Il riuso confermato anche dai ritrovamenti di ceramiche puniche e attiche a vernice nera, ascrivibili V e IV secolo a.C., e di resti di embrici e stoviglie varie fra cui frammenti di ceramica pseudo aretina.
Selegas è un piccolo paese, con una lunga e ricca storia tutta da raccontare. Nel suo centro storico è possibile dormire in antiche case padronali, mangiare cibi biologici della tradizione contadina e bere un buon vino.

Credits: Michela Piras.

  • Grey Facebook Icon
  • Grey YouTube Icon

© 2018 Paola Carta. Proudly created with Wix.com

  • Grey Google+ Icona
  • Grey Twitter Icon
  • Grey Facebook Icon
  • Grey Instagram Icon
bottom of page